Portfolio 2016 Al Ahsa

Il progetto di candidatura UNESCO per Al-Ahsa è stato un lavoro congiunto di due società specializzate in conservazione del patrimonio, studi architettonici, storici e urbani: IPOGEA e RCHeritage. Io ho preso parte del team guidato dall’architetto Pietro Laureano, fondatore di IPOGEA, la cui indiscussa conoscenza delle oasi, dei bacini idrografici e degli ecosistemi in genere ha dato un grande contributo alla direzione della candidatura.
Personalmente ho partecipato a due missioni, nel 2015 e nel 2016. Dopo una ricerca sui testi più importanti in studio, alcune caratteristiche principali del sito erano state ipotizzate, ma bisognava trovarne le tracce sul posto. Quindi a metà strada tra ricercatori scientifici e novelli Indiana Jones, siamo andati a individuare le caratteristiche geomorfologiche, i sistemi idrici, i resti degli insediamenti più antichi e soprattutto ad analizzare l’organizzazione di palmeti e giardini.
Lo scopo della mia prima missione era trovare e documentare questi elementi, tracciarli sotto forma di disegni, schizzi, riflessioni e da un punto di vista fotografico (più sulla quantità di informazioni che sulla qualità artistica della composizione).
Dopo aver riconsiderato i dati e fatto i necessari confronti, la seconda missione si è occupata di approfondire i principali elementi individuati e soprattutto di verificare le nuove evidenze. Abbiamo deciso di avviare una indagine del lago Al-Asfar. Includendolo nel documento finale perché, sebbene generato dalle secolari acque di drenaggio, oggi rappresenta un ecosistema naturale unico, con diverse specie animali che trovano rifugio nella zona delle mangrovie. Questa tipologia lacustre, rappresenta un residuo di paesaggio di oasi preistorica, evoca l’ambiente che caratterizzava il periodo dell’Arabia Verde. Catene di dune e superfici completamente asciutte si fondono con stagni e lagune offrendo una straordinaria immersione in un paesaggio altrimenti scomparso in altre oasi.

Siamo abituati a identificare un Bene Culturale associandolo a un monumento conservato nella sua massima integrità, magari fissato in un determinato periodo storico o spesso si pensa ad una ricca collezione archeologica, magari della stessa datazione, da “musealizzare” come una singola entità, ma non è sempre così. A volte è difficile trovare “autenticità” in un monumento semplicemente perché, come ogni cosa vissuta dagli uomini, subisce una trasformazione, una modificazione nel tempo. Basti pensare ai numerosi rimaneggiamenti e restauri che può subire un edificio, all’originalità di un tempio realizzato con travi di legno o edifici in mattoni di fango. Alcuni materiali deperibili sono stati sostituiti più e più volte e ancora oggi continuiamo questa tradizione. Non per questo consideriamo queste opere meno valide, poiché è sempre la mano dell’uomo, attraverso tecniche tradizionali, a dare continuità alla sua capacità inventiva. Se applichiamo questo pensiero a un edificio o ad un’opera d’arte è più facile visualizzarlo, ma se parliamo di paesaggio l’associazione diventa più difficile.
Abbiamo capito subito l’importanza dell’iscrizione del sito di Al-Ahsa ma raggiungere l’obiettivo è stato un impegno complesso per la nomina all’UNESCO. Il nostro obiettivo è stato quello di far capire che alcuni paesaggi sono stati creati dall’uomo che, convivendo con gli animali attraverso il loro lavoro millenario, ha tracciato solchi e canali, spostato fiumi, creato terreno fertile e giardini, costruito case e monumenti. Ognuno di quegli uomini è diventato erede e testimone della trasformazione del paesaggio. Vale a dire, un “paesaggio culturale“, un insieme di opere della natura e dell’uomo, che esprimono un rapporto lungo e intimo tra le persone e l’ambiente che li circonda. Questa visione ci ha permesso di creare un “paesaggio evolutivo dell’oasi”, un approccio innovativo per l’UNESCO e la comunità scientifica internazionale.
Va notato che Al-Ahsa ha la fortuna di sorgere al centro di tre grandi ecosistemi, alle spalle all’origine dell’oasi: il deserto di sabbia, le lagune e la costa e il deserto roccioso.
Ciascuno di questi potenti ecosistemi ha creato le condizioni naturali primarie, plasmando le capacità umane in modo tale da svolgere un ruolo decisivo nel loro lavoro per la creazione dell’oasi. Ciascuno di questi tre macro ecosistemi, infatti, corrisponde a tre tipologie di culture diverse: nomadi, pescatori e sedentari. L’interazione di questi gruppi specializzati, con conoscenze diverse, hanno plasmato l’Oasi di Al-Asha, gestendo il deserto e contrastandone l’aridità attraverso la creazione di microambienti vitali.
Per questo l’oasi è una soluzione per l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, perché è in grado di risolvere difficili problemi ambientali associando progressivamente nuove soluzioni a elementi tratti da altri contesti, a volte distanti nello spazio e nel tempo.

Model of Historical period irrigation system

Per realizzare l’evoluzione del sito nel corso dei secoli abbiamo dovuto interpretare e fondere tutte le informazioni archeologiche e ambientali: del paesaggio pre-oasiano e la Cultura Ubeid dal VI al IV millennio a.C.; dell’Età del Bronzo e dopo il III millennio a.C., con le prime tracce dell’oasi della Cultura di Dilmun; l’evoluzione dei canali e dei sistemi di drenaggio avvenuta in età ellenistica; e solo dal periodo islamico si sviluppa un’oasi su larga scala. Mentre oggi i suoi palmeti sono tra i più estesi a livello mondiale e gli unici che conservano, su vasta scala, le caratteristiche storiche delle colture e dei sistemi idraulici basati su tecniche tradizionali rimaste inalterate, all’interno di una continua evoluzione tecnologica, perpetuata per millenni, fino agli anni ’70.
L’evoluzione del paesaggio di Al-Ahsa spiega come sono nate comunità umane molto antiche e ci permette di comprendere le loro tecniche di lavoro, procedure e principi attraverso i quali si possono stabilire relazioni armoniose ed equilibrate tra presenza umana e gestione del territorio.

Cooperazione nomadi, pescatori e sedentari

In basso alcune pagine di appunti dal taccuino realizzato durante la missione d’indagine sul sito. Alcune delle riflessioni sono state la base di studio per completare le ricostruzioni e per approfondire la documentazione di analisi del luogo:

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